C'è un Opera! (e uomini al lavoro)
La mano santa ovvero è il Cielo che ti manda.
Non sono che uomini e donne. Come tutti gli uomini e tutte le donne. E come uomini hanno una casa, un certo indirizzo e-mail; alcuni sono sposati e, ma non tutti, hanno dei figli, anche se non sempre belli, biondi e ricciolini. Uomini, donne, normali. Uomini e donne comuni.
Tranne che chi li conosce bene, chi ha modo di collaborare con loro, chi con loro ci ha vissuto, chi li frequenta spesso finisce per affezionarsi a loro. E se uno deve dire qual è il proprio giudizio su di loro parla che gli vuole bene, che è stata una fortuna incontrarli, che è stato un onore averne l'amicizia, aver studiato sotto la loro guida, militato nella stessa squadra, fatto quel viaggio assieme, vissuto fianco a fianco per tanti anni, averli avuti come fratelli e sorelle, aver sposato una loro figlia, aver lavorato nella stessa officina.
E, intanto che ci pensa, intanto però li presenta agli altri suoi amici. Come un gioiello di casa, come una propria conquista, ingenuamente, come un vanto personale.
E poi talvolta dice qualcosa di più; che quegli uomini e quelle donne cui ci si è affezionato, con cui si vive e con cui si sta con affezione, quelli sono stati nella sua vita, nella sua vita tutta intera, una mano santa.
Cioè un aiuto imprevedibile, generoso, concreto e reale, ma efficace anche per la propria vita più profonda. Una mano santa infatti sono uomini e donne normali, ma che è il Cielo che ti manda.
Perché a forza di starci assieme si è dovuto ammettere che quella mano era - o è - troppo oltre i propri meriti ed i propri diritti per considerarla anche solo una giusta ricompensa, un equo riconoscimento, che era - o è - una misericordia.
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I TRE AMICI
Mentre volge al termine la sua XXVIII edizione, La Festa più Pazza del Mondo viene delineando nella memoria di noi che a vario titolo l'abbiamo realizzata la sua immagine definitiva.
Sono tanti i volti, le azioni, gli avvenimenti che l'hanno costellata, arricchita, caratterizzata come un evento significativo. Di tutto e di ciascuno che c'è stato e ci è stato dato, ringraziamo Dio, da cui viene ogni bene. Dio a cui tende il nostro cuore umano desideroso di bene. Dio senza la cui Grazia la nostra felicità, la meta più impossibile, non sarebbe sperabile.
Tra le tante raccontate in questi giorni, tre storie ci rimangono care: quella di Marcellino, quella di Shabaz Batthi e quella di Enzo Piccinini.
La storia – immaginaria - di Marcellino e quelle - vere e ognuna a suo modo drammatica ed esaltante - di Shahbaz Bhatti e di Enzo Piccinini, raccontateci direttamente da ospiti invitati alla Festa, ci hanno ricordato che siamo fatti per appartenere a qualcosa di grande e speciale, Dio, e che per andare a Dio occorre una grande mano dal Cielo.
E che questa mano, questa mano santa che il Cielo manda in soccorso della nostra fragilità, Dio la dà generando tra il popolo uomini nel cui volto è evidente che l'amore di Dio opera nel mondo e che è conveniente. Che è Dio il bene da desiderare e chiedere per sè.
Per Marcellino - messo in scena dall'attore carpigiano Stefano Belloni - questa mano santa furono i frati del convento in cui, orfano, venne allevato e cresciuto fino a renderlo capace di un rapporto personale con Gesù. Per don Dino Pistolato, direttore della Caritas di Venezia, l'uomo del destino è stato da un certo momento in avanti della sua vita il cattolico pakistano Shahbaz Batthi; per tanti presenti alla Festa, per i medici Isacco Montroni e Gianpaolo Ugolini, fu Enzo Piccinini, a sua volta generato alla vita di fede dall'amicizia speciale con don Luigi Giussani.
Con negli occhi queste storie, la Festa si conclude con l'invito rivolto a tutti a non lasciar cadere nel vuoto la mano che Dio tende a ciascuno, con l'esortazione vicendevole a non resistere all'attrattiva per Cristo che uomini trasfigurati dalla fede suscitano nel cuore - colmo dell'attesa della felicità - di chi li incontra.
E di mendicare da Dio l'amicizia con loro, quando li si incroci sul proprio cammino.
A proposito di un torneo di calcetto...
Alla Festa più Pazza del Mondo, che si tiene da ormai 28 anni in piazza Martiri a Carpi, il torneo di calcetto su telo saponato è una tradizione consolidata; tuttavia, quando per la prima volta ci siamo incontrati per decidere insieme che faccia avrebbe avuto la Festa quest'anno, vuoi perché la maggior parte degli organizzatori abituali era impegnata con la maturità o con l'Università, vuoi perché ognuno pensava che toccasse a qualcun altro occuparsi del calcetto, nessuno sembrava veramente interessato a fare la fatica di preparare il torneo con Alessandro, che da anni ormai è il principale organizzatore della parte sportiva della Festa, e che parla sempre del torneo come di un'occasione pubblica di incontro impareggiabile.
Tornato a casa, la questione non mi lasciava tranquillo: possibile che questa occasione, di cui Alessandro è entusiasta in modo così evidente, venisse lasciata perdere per pigrizia o senza motivo? Possibile che nessuno avesse voglia di provare a vedere quel che vedeva lui? Ma cosa vedeva lui in un torneo di calcetto?
Ho deciso di accettare la sfida; così, alla seconda riunione, ho detto che quest'anno avrei dato la disponibilità totale per quanto riguardava il torneo, e con me hanno aderito altri due ragazzi, due miei amici, Francesco e Lorenzo.
Nel frattempo è accaduto un episodio chiarificatore: la domenica in cui a Carpi si correva la maratona "Dorando Pietri" sono andato con alcuni amici a volantinare per invitare tutti alla Festa e al torneo. Tutti? Sì, proprio tutti. Mentre, indeciso, mi stavo chiedendo quali persone fossero "adatte" a ricevere l'invito, mi è tornato in mente l'episodio da cui è nata la Festa più Pazza: Nadia, Enzo e Gianni su una panchina della piazza di Carpi e Enzo che guardando la folla a passeggio, chiede ai suoi amici: "Ma come farà tutta questa gente a incontrare Cristo?". E allora quel volantino che io consegnavo è diventato improvvisamente l'invito a qualcosa di più grande del semplice evento cittadino, l'invito a incontrare quella realtà viva che è Gesù per noi. E allora quel volantino l'ho dato con gioia veramente a tutti, perché a nessuno fosse tolta quella possibilità.
Nelle settimane successive ci siamo dati da fare per quanto riguardava la pubblicità e la ricerca del materiale, nonché di amici che ci aiutassero in quest'opera, che è diventata sempre più grande con l'avvicinarsi della settimana del torneo vero e proprio. Nel periodo delle partite il lavoro si è fatto intensissimo, e mi sono chiesto più volte se effettivamente valesse la pena di fare quella fatica; nel lavoro stesso, però, è avvenuta un'altra scoperta: ci siamo accorti di quanto fosse bello per noi faticare insieme, se ognuno aveva ben presente qual era lo scopo di quella fatica, e come il partecipare alla Festa da protagonisti e non da spettatori fosse decisamente più interessante.
Più di tutto è stato sorprendente, come Alessandro ci aveva testimoniato, il fattore dell'incontro: molte delle numerosissime squadre che hanno partecipato (tra cui la vincitrice) sono diventate negli anni delle presenze costanti all'interno del torneo, e anche questa volta sono venute a ringraziarci e salutarci, e ci hanno raccontato di come il nostro calcetto sia diverso dai tanti altri che si svolgono durante l'estate; ci hanno raccontato di aver visto, nel modo in cui lavoriamo e trattiamo giocatori e amici, qualcosa che non capiscono cos'è, ma è diverso da tutto il resto.
In realtà questa è una domanda che noi stessi che abbiamo organizzato il torneo ci siamo ritrovati addosso, e una risposta definitiva ancora non l'abbiamo trovata; certo è che non può essere solo opera nostra, se neppure noi capiamo fino in fondo di cosa si tratta, ma attraverso le nostre mani e la nostra compagnia, anche ai più scettici fra noi si è manifestato e si è reso incontrabile qualcosa di veramente grande e affascinante.
Giovanni Beri (e gli amici del calcetto)
Ci sono anche realtà che non risentono in modo particolare di questa congiuntura. Anche in questco caso perà il lavoro può essere vissuto come un pedaggio da pagare oppure, all'opposto, come un'esaltazione.
Di fronte a questa situazione non ci bastano analisi e ricette preconfezionate, desideriamo mettere in moto responsabilmente la nostra libertà.
- Crisi o no, è chiaro che ognuno vive il lavoro o la disoccupazione secondo la concezione che ha di sé. Per questo ci interessa innanzitutto un percorso di conoscenza per introdurci al significato del lavoro.
- Ci interessa incontrare, valorizzare e sostenere persone ed esperienze concrete in cui il lavoro sia vissuto come forma espressiva del desiderio di fare qualcosa di utile e di bello, con quell'impeto di cui parlava Luigi Einaudi: "Migliaia di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. è la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di denaro."
- "Come può fare l'uomo a sostenersi in una positività e in un ultimo ottimismo (perché senza ottimismo non si può agire)? La risposta è: non da solo, ma coinvolgendo con sé altri. Stabilendo un'amicizia operativa (convivenza o compagnia o movimento): cioè una più copiosa associazione di energie basata su un riconoscimento reciproco" (Luigi Giussani). Per questo per noi è fondamentale coinvolgere chiunque nella società civile - imprese, associazioni, mondo politico - sia desideroso "di costruire, di cambiare la società e le sue strutture, per renderle più confacenti all'immagine vera dell'uomo e alla vera misura delle sue esigenze" (ibidem).
- segnalare con ogni mezzo di informazione le iniziative, i progetti e le realtà di sostegno al lavoro presenti nel nostro territorio,
- stimolare la creazione di strumenti a sostegno delle idee progettuali provenienti dal territorio come tirocini formativi e stage,
- individuare figure professionali disposte ad affiancare i giovani che desiderano imparare un mestiere o intraprendere una nuova attività,
- favorire e sostenere idee e progetti innovativi di impresa attraverso forme di finanziamento agevolate e predisposizione di infrastrutture a supporto delle nuove imprese.
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Ogni anno a giugno nella grande piazza dei Martiri di Carpi, vicino a Modena, si svolge una festa popolare animata da giochi, eventi culturali, testimonianze. È un appuntamento che si ripete ormai dal 1984 e che ha avuto origine da un'intuizione di Piccinini. Così, in un'intervista rilasciata per la Newsletter della Fondazione Enzo Piccinini, Nadia ricorda quel momento, un sabato pomeriggio, seduti su una panchina, mentre in piazza Martiri c'erano molte persone. «A un certo punto Enzo dice: Come farà tutta questa gente a incontrare Cristo? Come farà a vivere senza di Lui? È un peccato che tutta questa gente non possa incontrare Cristo». Nacque da questa domanda l'idea di fare una festa e di realizzarla in piazza, nel cuore della città, perché tutti vi potessero partecipare. Era una iniziativa assolutamente nuova, perché sino ad allora la piazza veniva usata solo per incontri pubblici promossi dal Comune, ed era una sfida impegnativa per il piccolo gruppo di giovani che allora costituiva la comunità di Cl a Carpi. Però, sostenuti dall'entusiasmo di Piccinini, «abbiamo cominciato a muoverci e la festa c'è stata, dopo solo tre settimane».
«Per me» continua Nadia «l'amicizia di Enzo, magari inconsapevolmente, ha significato l'incontro con Cristo. Era l'amicizia di Cristo. Era qualcosa di così totalizzante che probabilmente non mi sarei mai riavvicinata alla Chiesa se non l'avessi sentita in questa forma. Enzo non aveva un carattere facile, spesso con lui si combatteva. Lui ti sfidava in continuazione e ti chiedeva: Perché vivi? In che cosa speri? Su che cosa fai affidamento? Era un'amicizia quotidiana in cui entrava tutto. Lui tornava dall'ospedale alla sera e trovava il tempo per venirci a incontrare, quasi tutti i giorni. Con lui si percepiva che il Movimento non era a lato della vita, ma riguardava la vita, era essenziale per vivere».
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Emilio Bonicelli, "Enzo. Un'avventura di amicizia", Marietti, 2009.